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日志


6月26日

Casey Stoner & Lewis Hamilton

La vita è una competizione continua. Tutto ciò trova sicuramente origine nella natura umana, per forza di cose tendenzialmente cinica ed egoista. Si compete per tutto, sin dal principio: per un amore, per un lavoro, per un videogioco. Per i soldi. E anche solo per una discussione al bar dello sport: alcuni non riescono a cedere nemmeno sul piano formale.
Non sto dicendo niente di nuovo, chiaro. Ma amo particolarmente analizzare e criticare le cosiddette "miserie umane" della gente comune. Di noi tutti; a volte rido, rido di gusto, quando mi accorgo che neanch'io posso fare a meno di cadere in queste cose. A volte, invece, mi cruccio profondamente, per il fatto di non riuscire a rifuggire da esse e per il fatto di doverle riscontare quotidianamente. Della serie: "Sei a conoscenza del problema, ma non ti abitui mai a doverlo considerare". Un pò come il lunedì: la gente lavora quarant'anni (e più), ma non sopporta mai l'idea di dover riiniziare dopo il weekend.
Il lavoro, già. E' uno dei luoghi di maggior competizione. Anche dove non c'è una concreta possibilità di migliorare la propria posizione, di far carriera. Tutti sono volti principalmente a fare bella figura davanti agli occhi del titolare, più che a fare bene il proprio lavoro, e la cosa più divertente è che si sentono tutti un pò capi quando il capo non c'è. Per questo io non credo all'amicizia tra colleghi. O una cosa, o l'altra. E non credo all'amicizia in ogni contesto nel quale vi siano interessi in ballo, economici o di prestigio; inevitabilmente, il rapporto amicale si logora. Quindi da quando nasci, devi andare ai 100 km/h, non puoi mai mollare. Tutti si aspettano qualcosa da te, tu stesso finisci per aspettare qualcosa da te stesso, e rimani invischiato nel giro. Dovrai sempre dimostrare qualcosa. L'unica zona franca, è la tenera età, l'infanzia, quando sei troppo ingenuo e innocente (almeno, io ero così) perchè in te scatti consciamente il meccanismo della competizione.
Ma poi ci pensano i genitori, che a loro volta nutrono molte aspettative sulla loro amata progenie. E così, nelle riunioni coi professori, nelle cene di classe, nascono diversi confronti. Si sa: generalmente, ognuno ha la fortuna di avere il figlio migliore del mondo. Questa nevrosi umana, che nasce da meccanismi naturali e solo in parte indotti, si sposa perfettamente con le logiche economiche del business: alle aziende in cui lavoriamo, soprattutto oggi, fa comodo spronare il nostro spirito competitivo, portare all'eccesso la nostra produttività e la rivalità interna; per loro è guadagno, mentre per noi solo le regole del gioco, alle quali dobbiamo sottostare per non uscire dal giro. Siamo ingranaggi, facilmente sostituibili. Troppo facilmente. E quindi giù, a tavoletta. I freni servono, ma non usiamoli troppo. La folle corsa procede, e se uno fa attenzione, scopre che abbiamo pochi momenti in cui possiamo soffermarci sul reale senso della nostra esistenza, e pochi momenti per poterci ritirare dalla battaglia campale quotidiana.
E quando il nostro senso di autoaffermazione pare essere soddisfatto, quando ci pare di aver raggiunto un "qualcosa", c'è qualcuno che va più forte di noi, che spazza via le nostre certezze e ci finisce inevitabilmente davanti. E succede proprio a tutti, prima o poi.
E' la logica delle corse, della vita. E' la metrica dell'avvicendamento. Chiedete ad Alonso e a Valentino Rossi.
Il rimedio a tutto ciò? Andare sempre al massimo, tanto qualcuno di più abile c'è sempre. Ma almeno saremo sempre in pace con noi stessi, avremo sempre la sensazione di aver fatto il massimo possibile. Fino a che la salute regge. E fino a quando non saremo stanchi di correre.
La vita è bella.
 
 
 Alessio Diazzi          25/06/2007  h 13:02
 
        un giorno caldo. troppo caldo.
        con troppe cicale